La mostra
Il Novecento. Lo sguardo inquieto
L’ultima sezione della mostra, ampia e di superba qualità, sarà dedicata al grande cambiamento che interviene nella pittura a partire dall’ultimo decennio del XIX secolo. Muta radicalmente il senso del ritratto, della rappresentazione di un volto e anche di un corpo. La straordinaria anticipazione offerta da El Greco nella Spagna d’inizio Seicento, con i suoi ritratti visionari e fumiganti, accesi di luci irreali e quasi fosforescenti, porta direttamente al colore lacerato e stringente di Van Gogh e Gauguin. Tra l’altro in alcuni autoritratti che sigillano, al pari di Cézanne, l’esperienza del secolo morente per aprire alla vasta e problematica terra del Novecento. E in questa serie iniziale di autoritratti, sarà uno dei più affascinanti pittori di tutto il XX secolo, Pierre Bonnard, a dire lo sconvolgimento di colore e forma insieme che minerà dalle fondamenta, totalmente rinnovandolo, il senso della raffigurazione di un volto che si fa tutto sguardo.
Ma dopo quei grandi pittori che chiudono l’esperienza impressionista, si passerà a Edvard Munch, al suo canto disteso e allargato nella natura nordica, entro la quale colloca figure che si interrogano, quasi uscendo mute da un palcoscenico di teatro sotto la luna bianchissima. E poi l’aprirsi del nuovo secolo all’insegna delle due principali avanguardie del colore, che da Gauguin e Van Gogh traggono quella forte tensione che si affaccia sui volti. I pittori fauves che da Matisse a Derain in Francia fanno uso di un colore che si serra in tessere autosufficienti, fino agli espressionisti da Nolde a Kirchner che di quel colore fanno una colata, un’eruzione di materia. Sguardi sempre accesi, forti, aperti sul mondo, come quelli di un grandissimo isolato quale Amedeo Modigliani.
Ma certo la novità dirompente di Picasso, che in mostra sarà rappresentato da un capolavoro cubista del 1909 e poi da un ritratto celebre del 1917, L’italiana. Picasso che testimonia, con la sua opera che si tende lungo quasi tutto il corso del secolo, il punto di svolta e assieme il ponte verso quella generazione di artisti straordinari che chiuderanno l’intero percorso espositivo. A cominciare da Giacometti con i suoi ritratti filiformi e quasi tela di ragno sfilacciata, tutti giocati sul rapporto tra bianchi, grigi e neri. Giacometti che pone al centro del suo pensiero la complessità di uno sguardo quasi invisibile, perfino assente. Poi ovviamente il maggior pittore di figura di tutta la seconda parte del Novecento, Francis Bacon, con le sue urla laceranti e ugualmente silenziose. Corpi distesi dentro uno spazio che è quasi gabbia, che costringono l’uomo ad assomigliarsi a un animale che striscia, nel recupero di un tempo ancestrale.
E sulla sua scia Lucian Freud, nell’ostensione di altri corpi che si offrono a una visione stupefatta e intrigata. Potenza e disfacimento della carne tumefatta. E ancora, quell’altissima linea di figurazione la più nobile, rappresentata in mostra da pittori stretti dentro l’assoluto dell’immagine e del sogno come Balthus o Andrew Wyeth in America o Antonio López García in Spagna. Balthus recuperando dal Quattrocento il senso di un sollevarsi sul mondo, Wyeth mescolando silenzio e atmosfera per dipingere uomini e donne sempre muti, infine López García collocando figure entro spazi abitati da una sospensione di tutto. Come conclusione stupefacente di un lungo percorso che da Raffaello e Giorgione condurrà i passi dei visitatori in Basilica Palladiana fino ai dipinti di questi ultimissimi anni.
Ma dopo quei grandi pittori che chiudono l’esperienza impressionista, si passerà a Edvard Munch, al suo canto disteso e allargato nella natura nordica, entro la quale colloca figure che si interrogano, quasi uscendo mute da un palcoscenico di teatro sotto la luna bianchissima. E poi l’aprirsi del nuovo secolo all’insegna delle due principali avanguardie del colore, che da Gauguin e Van Gogh traggono quella forte tensione che si affaccia sui volti. I pittori fauves che da Matisse a Derain in Francia fanno uso di un colore che si serra in tessere autosufficienti, fino agli espressionisti da Nolde a Kirchner che di quel colore fanno una colata, un’eruzione di materia. Sguardi sempre accesi, forti, aperti sul mondo, come quelli di un grandissimo isolato quale Amedeo Modigliani.
Ma certo la novità dirompente di Picasso, che in mostra sarà rappresentato da un capolavoro cubista del 1909 e poi da un ritratto celebre del 1917, L’italiana. Picasso che testimonia, con la sua opera che si tende lungo quasi tutto il corso del secolo, il punto di svolta e assieme il ponte verso quella generazione di artisti straordinari che chiuderanno l’intero percorso espositivo. A cominciare da Giacometti con i suoi ritratti filiformi e quasi tela di ragno sfilacciata, tutti giocati sul rapporto tra bianchi, grigi e neri. Giacometti che pone al centro del suo pensiero la complessità di uno sguardo quasi invisibile, perfino assente. Poi ovviamente il maggior pittore di figura di tutta la seconda parte del Novecento, Francis Bacon, con le sue urla laceranti e ugualmente silenziose. Corpi distesi dentro uno spazio che è quasi gabbia, che costringono l’uomo ad assomigliarsi a un animale che striscia, nel recupero di un tempo ancestrale.
E sulla sua scia Lucian Freud, nell’ostensione di altri corpi che si offrono a una visione stupefatta e intrigata. Potenza e disfacimento della carne tumefatta. E ancora, quell’altissima linea di figurazione la più nobile, rappresentata in mostra da pittori stretti dentro l’assoluto dell’immagine e del sogno come Balthus o Andrew Wyeth in America o Antonio López García in Spagna. Balthus recuperando dal Quattrocento il senso di un sollevarsi sul mondo, Wyeth mescolando silenzio e atmosfera per dipingere uomini e donne sempre muti, infine López García collocando figure entro spazi abitati da una sospensione di tutto. Come conclusione stupefacente di un lungo percorso che da Raffaello e Giorgione condurrà i passi dei visitatori in Basilica Palladiana fino ai dipinti di questi ultimissimi anni.
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